Libri, Vita quotidiana

Caro Gianluca

La mia è una lettera anomala. Troverai poco dolore, poco struggimento: mi sforzo di essere razionale concedendomi appena un po’ di disperazione. Con mio marito ci siamo separati dieci anni fa senza strascichi, risentimenti o accuse, ma quasi accompagnandoci per mano a una scelta necessaria. Ci siamo sempre voluti un gran bene e questo ci ha salvato. Emma ed Edoardo, i nostri figli, sono un altro filo che ci lega. Da dieci anni continuiamo a vederci regolarmente – almeno una volta a settimana –, lui ogni tanto mi regala dei fiori, io ho un mazzo di chiavi del suo appartamento e spesso non resisto: vado a dare una sistemata nel baccano della sua nuova vita. Lui l’ha capito subito e non mi ha mai fermato: ama non sentirsi trascurato. Andava tutto bene fino a qualche giorno fa, quando senza dire una parola se n’è andato. Come in una magia ha fatto i bagagli ed è sparito lasciando un solo messaggio a Emma: sta bene, dice che è andato a farsi un giretto, a “prendere aria”. Da allora nessuna notizia. Mi ripeto che non ho motivo di angustiarmi: è giovane – ha appena compiuto cinquant’anni –, è colto e sta nel pieno delle sue facoltà. Non siamo più sposati e niente lo obbliga a comunicare con me. Non sono più una moglie, eppure continuo a sentirmi una confidente, un’amica direi. La notte, mentre qualche goccina mi aiuta a riposare, mi lambicco il cervello alla ricerca di una risposta: perché non me ne ha parlato? Temeva che lo fermassi? O forse non ha più bisogno di me? Lo so, ti avevo promesso poco struggimento, ma questo è il mio unico sfogo. Che cosa devo fare? Benché non abbia più il dovere, mi è forse negato anche il diritto di stargli vicino? E poi, alla fine, dove diavolo si sarà cacciato?

Maria

 

Maria,

mi piacerebbe aiutarti, dirti come andrà a finire, se solo fossi un veggente. Invece sono solo un povero autore, che di storie strane ne ha lette tante, anche se la tua è veramente singolare. Qualcosa però mi viene in mente: nomini te, Emma, Edoardo, il vostro mondo. Ma tuo marito, come si chiama? Il suo nome non lo riporti, continua a essere marito. Dici giustamente che non sei più una moglie, ma lui, nella tua mente, continua a essere così com’era dieci anni fa. Marito. C’è una poesia di Borges che dice: “Ya no es mágico el mundo / Te han dejado”, “Non ha più incanto il mondo / Ti han lasciato”. Ora ti sembra tutto complicato, scivoloso, buissimo. È normale, ma inizia a immaginare un’altra direzione, un altro epilogo. Pensa a tuo marito non come marito, ma come persona. Ne sei capace? Soprattutto, conserva la speranza. Di storie strane ne ho lette tante, ma una cosa l’ho imparata: quando spariscono così, riemergono sempre. Tornano per corteggiarti ancora, per portarti via con loro, o per bere un tè insieme. Tornano anche solo per dirti che non ti vogliono più. Ma tornano. Conserva la speranza, sii pronta a tutto. E continua a cercare, continua a leggere.

Gianluca

 

 

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Nessuno scompare davvero

Ricordati di me è un film del 2003. In una scena Laura Morante, moglie tradita, chiama al cellulare il fedifrago Fabrizio Bentivoglio, ma l’unica risposta le viene da una voce metallica e odiosa. “L’utente da lei chiamato…”. Un critico ha detto che Ricordati di me non è un film sulle corna. “È un film che ti dice che in Italia c’è segnale sul 97 per cento del territorio: se uno non ti risponde, o è sulla Sila, o ti sta tradendo”. Tutti abbiamo sperimentato almeno una volta la stessa seccatura. Anche Giovanna Mezzogiorno che ne L’ultimo bacio inveisce contro la segreteria di Stefano Accorsi. Anche se oggi, 2018, quella voce è diventata una scritta. “Visualizzato alle…”. Diciassette anni fa – L’ultimo bacio è del 2001 – la comunicazione interpersonale era già cambiata ed era cambiata per sempre. Era l’inizio del capo chino sullo schermo mentre dietro strombazzano perché è scattato il verde. Della scomparsa irreversibile delle cabine telefoniche e della password per il Wi-fi al ristorante. Dell’incapacità di tradire una moglie senza essere disturbati. Era l’inizio della reperibilità continua. Come si fa oggi a scomparire? E a tradire?

“Viaggiare: rimettere cento volte la testa sotto la ghigliottina, andarla cento volte a riprendere nel paniere per ritrovarla quasi uguale”. Ecco l’avvertimento di Nicolas Bouvier nel suo perfetto Il pesce-scorpione. Ce ne andiamo per poi ritrovarci insoddisfatti come prima, costretti a riaccogliere “quell’erosione della vita con cui abbiamo appuntamento”. E quella Mezzogiorno con cui abbiamo dei conti in sospeso. “Con tutti i tuoi cammini, i tuoi progetti, questa tua mania di andare e venire. Quello che non hai smesso di cercare forse è qui, adesso, a portata della tua mano, rintanato nel buio e soltanto nel buio” è la sola, enigmatica, risposta di Bouvier dopo che una lettera infausta che riguarda la sua ex lo raggiunge addirittura lì, nel cuore dello Sri Lanka. E lo richiama al mondo dando a noi un’unica consolazione. I luoghi non c’entrano niente, i tempi non c’entrano niente. Il pesce-scorpione è del 1982.

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Lettera a uno scrittore mai nato

Aprendo il tuo messaggio mi accorgo che è lunghissimo. Dici che hai comprato il mio libro e già mi conquisti: forse a una presentazione mi hai sentito sostenere che è importante che il mio libro venga comprato, più che letto. Non lo sostengo per snobismo, ma per istinto di sopravvivenza. Dei libri, dell’editoria, di chi lì ci lavora: mica mio. Ci arriveremo. Hai comprato il mio libro, lo hai letto e ora vuoi dirmi che cosa ne pensi. Di più, intendi “manifestarmi la tua stima” e questo mi trattiene dal tirare su gli occhi: mi convinco che tutto sommato nel mondo resiste un po’ di gentilezza. Inizi dai contenuti, dai personaggi che più ti hanno “colpito”, in cui hai riconosciuto un pezzetto di “te stesso”. Citi Ignacio naturalmente, e poi Antonia, Livia, Edoardo… e inizio a credere che sei veramente venuto a una presentazione. Sono i miei preferiti. Del libro elogi il ritmo “impeccabile”, la prosa “densa”, la perfetta “polifonia”: so che hai preso questo termine dalla quarta per non sbagliare, ma ti confesso che a distanza di un anno non smette di farmi sorridere. Mi fa pensare a dieci trombe allineate che sparano suoni a caso nell’aria. Vorresti qualche dettaglio in più sul processo che mi ha portato ad Autori Riuniti, sapere a quante case editrici ho inviato il manoscritto (in realtà non molte), se ho finanziato la pubblicazione (no), che ruolo ho avuto nel titolo (protagonista), nella copertina (voce fuori campo) e nell’impaginazione (ultima delle comparse). Mi chiedi che cosa penso degli editori a pagamento: male, non per principio, ma perché non avrei mai voluto insistere. Se la cosa è giusta, il momento giusto arriva. Poi finalmente parli di te esplicitamente: hai un manoscritto pronto, “una storia nel cassetto come tutti”. Internet, i social, il self-publishing… Avere vent’anni e la convinzione di poter ispirare gli altri. Sai chi è Grazia Cherchi? “Tutti credono di saper scrivere un romanzo. Quindi il tassista come il cardiologo, il commercialista come il portiere prima o poi un romanzo rischiano di scriverlo”. Era il 1985. Cherchi è stata tra le più grandi editor del nostro Paese e “Scompartimento per lettori e taciturni” (minimum fax) è un vecchio libro che ne raccoglie il pensiero. Te lo consiglio. Che cosa rende il tuo romanzo così speciale da accedere alla pubblicazione? Non saprei, di sicuro non il “bello stilo” su cui ammetti di aver lavorato tanto. Temo non basti. Scrivendo mi sono accorto che avere padronanza linguistica, un lessico assortito, un’ottima conoscenza della “tecnica” è meno centrale di quanto si pensi. La cosa più complicata dello scrivere un libro è che cosa scrivere: il contenuto nudo e crudo. Lo stile, a meno che tu non sia Baricco e onestamente credo tu non lo sia, deve stare al servizio. È banalmente uno strumento, non un fine. Ti faccio un esempio. A un certo punto definisci “avvincente” la trama del mio libro. E lì ho riso. Dovresti prenderti qualcosa di Boileau-Narcejac per comprendere il significato di “avvincente”. O qualcosa di Carrère, tipo “La settimana bianca”. Non mi fraintendere: voglio bene al mio libro e lo continuo a difendere strenuamente. Però non è avvincente in senso tradizionale: è un suo limite, se vuoi, se per limite intendiamo qualcosa di cui ero consapevole fin dal principio. Perché ho voluto fare un libro non avvincente? Perché non ne ero capace. Perché l’hanno pubblicato comunque? Perché l’editore l’avrà ritenuto diversamente avvincente e, a pensarci bene, è proprio così. Quello che ti voglio dire, caro scrittore mai nato, non è che “avvincente” deve essere una qualità imprescindibile del tuo libro. Però auspicabile sì. Devi dare il meglio di te e per fare questo conviene rimanere lucidi, pazienti, volenterosi. Devi evitare gli invii alle case editrici tanto per. Essere il primo critico di te stesso e allenarti a prenderti a pugni da solo. Spesso ho sentito degli autori emergenti lamentarsi che alcune case editrici accettino i manoscritti solo se inviati in certi periodi, a febbraio, ad aprile o in autunno: ma come si permettono?! Eppure impiegare quel tempo “vuoto” per intervenire sul testo, cambiarlo e si spera migliorarlo, è quanto ti invito a fare. Poi potresti non avere più quel tempo, che è preziosissimo. Una volta Paolo di Paolo ha detto che un libro è sempre un fallimento riuscito, il miglior risultato cui l’autore è riuscito a giungere prima che lo costringessero ad andare in stampa. E qui arriviamo al “dopo”, di cui ti mostri tanto curioso. Che cosa si prova a pubblicare il primo libro? Gioia e mal di pancia, entusiasmo e timore di non essere all’altezza. E i giudizi degli altri? A dispetto delle spontaneità e libertà con cui mi hai contattato, ti scopro inattrezzato da questo punto di vista. Mi limiterò a dirti che secondo Marco Rossari (Non sai chi è? Cercalo) sentire parlare gli altri del proprio libro è un po’ come farsi circoncidere: “Ho un amico che s’è dovuto far circoncidere a trent’anni per ragioni di salute e durante l’intervento i due medici avevano chiacchierato dell’Inter e di com’erano squisiti i wonton al ristorante cinese dietro viale Tunisia, finché lui, snervato, non aveva fatto presente che avevano pur sempre in mano un raviolo per lui di una certa rilevanza. La sensazione, ospite al club della lettura, era più o meno stata quella: un’operazione in anestesia parziale, dove costretto sul lettino ti tocca assistere all’analisi del tuo miserabile io, con un senso di nausea e di spaesamento. È vero che, una volta pubblicato, il libro è del lettore, ma proprio per questo ogni dialogo con l’autore – che siano rimostranze o complimenti – non ha senso”. Ecco tutto ciò che c’è da sapere. Il “miserabile io” letto, indagato, applaudito, criticato e ça va sans dire equivocato: sei pronto? Visto che ti stai per laureare in Lettere ti ricordo una cosa che forse già sai: Daniel Defoe ha scritto il suo primo romanzo a cinquantotto anni e quel romanzo è “Robinson Crusoe”. Quindi leggi, leggi, leggi, studia, studia, studia, chiedi, chiedi, chiedi. E un giorno, forse… Per la smania di esordire non puoi neanche farmi un discorso di soldi o  di fama. Credo non servano ulteriori chiarimenti, ma se ti servissero basti sapere che secondo Luca Sofri (studiati anche lui) si fa decisamente prima con la roulette. In conclusione di messaggio ti lanci e fai il simpatico, sai che ce n’è bisogno vista l’aria che tira nel mondo dei libri. Scrivi che “Quello che non sono mi assomiglia” ti è piaciuto così tanto che non chiederai i soldi indietro. Faccina che sorride con la goccia di lato. Faccina che ride con la bocca spalancata. Confesso che per un attimo ho anche provato sincera stima, pensando che non fossi affatto così disperato da rivolgerti a me per dei consigli, ma solo perché era troppo tardi per il reso di Amazon.

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Foto dal libro “Grazia Cherchi” (2015) di Michela Monferrini (la foto di Cherchi e Baricco è di Vincenzo Cottinelli)

2000 battute, Libri

Quando ho incontrato il Padrone

L’ultima presentazione mi ha fatto tornare in mente un episodio di cui mi ero ripromesso di scrivere. Per non rendere barbosa la solita domanda Da dove nasce il libro?, sono solito rispondere in tanti modi diversi. Modi, si intenda, tutti veri, nel senso che ognuno di loro mi sembra o mi è sembrato giusto in questi mesi che sono passati dalla pubblicazione. Ecco, alla presentazione di Napoli avevo dato una risposta molto semplice: dall’esigenza di dimostrare qualcosa a qualcuno. Visto che non riesco a scrollarmi di dosso l’atteggiamento da primo della classe, ho citato a proposito Annie Ernaux. La quale, in quel capolavoro che è Memoria di ragazza, spiega del suo “Padrone”, un elemento interiore che fin da ragazza l’ha resa schiava, motivandola ad andare avanti, a puntare sempre più in alto, a provare a diventare felice. Fuor di metafora, il “Padrone” può essere un momento della vita, un incontro, un gesto, una sensazione, e naturalmente una persona. Nel caso di Ernaux è il ragazzo cui si concede in un’adolescente colonia estiva e che pochi giorni dopo se ne va senza neanche salutarla. Lasciandola sola, umiliata e con la reputazione un po’ macchiata. A Napoli ho raccontato tutto ciò, contento di citare Ernaux e contento – incredibile ma vero – di spostare l’attenzione da me a una scrittrice con le spalle più larghe delle mie. Al firma copie, siamo sempre a Napoli, una ragazza si è avvicinata e in modo del tutto spontaneo mi ha chiesto com’è poi andata a me, col “Padrone”. Sono riuscito a dimostrare quel qualcosa a quel qualcuno?, è la legittima curiosità della ragazza. “Sì, ma non gliene è importato niente” è stata la mia risposta non completamente vera, ma verosimile, cioè perfetta per aggiungere un po’ di dramma in quel teatrino di maschere che è ogni presentazione di un libro. A convincermi in questa risposta è stata ancora Ernaux: a sessant’anni suonati dalla colonia, con una vita piacevole, tanti libri, tanti premi, lei è ancora lì col suo “Padrone”, con la sua ferita. Apre l’elenco telefonico e immagina di chiamare quel ragazzo ormai vecchietto per dirgli qualcosa, anche se non sa bene cosa. Per non deludere la ragazza, faccio mia questa storia, fingo anche io di avere un ex partner cui dimostrare qualcosa. Adesso ti faccio vedere io… ma è inutile, le dico, perché con il libro vuoi arrivare a lui, ma paradossalmente ti allontani, segni un distacco, vai in alto mentre lui resta odiosamente in basso. Vuoi arrivare a lui, magari toccarlo, ma lui diventa un nemico. La distanza che già c’era diventa enorme, certo non percorribile. Quando la ragazza se ne va, penso che quando leggerà la dedica – Questo libro è per la mia famiglia – capirà che l’ho presa in giro. O si illuderà che è solo un pro forma, o più probabilmente si dimenticherà di questa storia. Questa storia che invece è vera e ha una morale importantissima, oltre a quella di mostrare come ogni presentazione sia una finzione (proprio come ogni romanzo). La morale è che si scrive per il proprio nemico e se c’è una cosa che prima di pubblicare proprio non immaginavo è questa. Si scrive per avvicinarsi e, sorpresa, ci si allontana. Ci si allontana di una lontananza buona, salvifica direi, dal “Padrone”. Dall’umiliazione e da quella colonia estiva. Vale anche nel mio caso, che se ci si pensa non è così eccentrico: abbiamo sempre due nemici, i soliti per tutti, mamma e papà. E, come dice un’altra brava scrittrice, io mi sento di aggiungerne un terzo: è un bambino un po’ triste, cresciuto e ora possiamo dire sopravvissuto, tu. Cioè io.

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Vita quotidiana

Io credo che le epoche si chiudano così (Roma, 2003-2018)

La prima volta che l’ho vista avevo dodici anni: un viaggio con il gruppo della parrocchia. Ricordo il soffitto basso del posto di suore dove dormivamo, la zuppa con i pezzi grossi da buttare giù, l’emozione come se fosse una gita qualunque. Non era neanche Roma: era campagna e ricordo solo la vastità di San Pietro dove un giorno ci portò il pullman. Il mese era gennaio.

La seconda avevo ventidue anni, c’era la famiglia al completo. Ancora suore. Stavamo in via Cavour, nella parte bassa, quasi ai Fori. Ricordo un’amica del liceo che si era trasferita da un po’ e ogni giorno mi chiamava: Sto a Trastevere, Bellissimo, Ti passo a prendere. Non passò mai. Le suore però avevano dei condizionatori molto efficienti, che tenevamo accesi anche di notte, e di mattina sentivo sempre un po’ di torcicollo, ma piacevole.

Terza volta, ventiquattro anni. Vado a stare da un’amica conosciuta all’estero per quelle che sarebbero state le vacanze estive. Luglio di nuovo. Finalmente vedo e mi ricordo di cose trascurabili come Circo Massimo, piazza del Popolo, parco degli Acquedotti. Si parla del Giardino degli Aranci: con la mia amica ci proviamo, ma non riusciamo a trovarlo. Ce la farò molto dopo e sarà subito e per sempre un posto del cuore. La sera si va al Gazometro, l’aria è caldissima, ricordo un abbraccio con sollevamento da terra: il primo senso di familiarità.

Sempre nel 2014, la quarta volta. Siamo a ottobre e mi fermo di più: dieci giorni. Vivo in via Asiago, vicino alla Rai. A Lepanto la metro esce sul fiume e poi ritorna giù. Sto spesso a piazza Mancini e all’Auditorium che mi sembrano comunque posti belli. Mi soffermo molto sul Tevere. Per la prima volta sento che qui ci devo vivere un po’: sento che succederà. La cosa più rilevante è la cupola di San Pietro che vedo dalla finestra della casa all’ultimo piano. Una sera preparo una tisana e guardando la cupola luminosa penso: Ricorderò questo momento. Ancora lo ricordo.

L’anno seguente ci sono la quinta e la sesta volta: tutte e due durano meno di ventiquattro ore. Il mese è settembre e ho giusto il tempo di fare da Termini al Colosseo, lungo via Cavour, l’unico tragitto che ricordi con assoluta confidenza. Una delle due volte la mia amica mi porta a mangiare ai Tre Scalini, Monti, che sarebbe rimasto posto del cuore anche se non ci sono praticamente più tornato. Ricordo anche il sole che prendiamo stesi sul prato dietro al Colosseo, la mia esitazione: veramente si può fare?

La settima volta è oggi. Inizio: 25 gennaio 2016. Ricordo la mia prima stanza, la trovavo bellissima: moderna, pulita, accogliente. Era della mia amica e quindi era vera. Veramente romana. Nelle prime due settimane vado due volte in farmacia a farmi misurare la pressione: ho un po’ di tachicardia, spostarmi mi mette ansia. Mi sforzo e vado più volte a Castel Sant’Angelo: posto del cuore. Ogni volta che la coinquilina va da qualche parte mi infilo in macchina e guardo pian piano la città dal finestrino. Mi sembra come effettivamente è: enorme. Ricordo i viaggi sul motorino di un amico, città e natura che si danno la mano sempre: non è una capitale, è un grande paesone. Pian piano mi piace, a fine febbraio mi sembra che faccia già caldo. Amo sfrecciare sul Mandrione. Continuo a girare, conosco persone, scopro posti (Betto e Mary, il Veneziano, il pizzettaro a poco di San Lorenzo, tutti posti del cuore). Mi riprometto di fare cose che sicuramente non faccio:  a Roma si vive nel quartiere. Perché non mi compro un motorino? Tutti gli anni diventano sbiaditi come se prima di Roma non ci fosse stato niente. Imparo subito che cosa significa “na piotta”, “a fette”. Mi esercito e mi viene quasi spontaneamente da dire “carcola”. Imparo “frello” che ancora non so cosa vuol dire, ma lo uso. Solo ieri ho imparato il significato di “avere dei buffi”: è ieri ma è ancora oggi. E poi c’è la luce. A maggio un’amica in visita a Torino mi scrive: “Gianluca, sto pensando che la luce di Roma non la trovi da nessuna parte, pensaci”.

Pensaci.

C’è questo tempo, ma c’è un altro tempo: quello in cui Roma è nel cervello. E allora riscrivi: da settembre 2015 quando so che mi dovrò trasferire e fisso degli obiettivi (molti raggiunti) fino a marzo 2018. Da quel momento di Roma si parla in certi termini: sta per finire e deve finire. L’abbandono c’è già stato e deve solo essere recitato. La metafora da usare è sempre la stessa: finita l’intimità l’altro ti gira le spalle e l’abbandono è lì, lo vedi, prima ancora che sia verbalizzato. Raccontarsela come una storia d’amore è l’unica. Lo dice qui, di Roma, una scrittrice molto brava: “L’amore finisce e non devi rimproverarti per non averlo curato, al limite è lui che non ha curato te”. Fai quello che pensi di saper fare: l’hai fatto in questa città o è questa città che te l’ha insegnato? Scrivi due righe, ma poche lagne: sii sincero. Fermati e prova a “scrivere una lettera di mezza stagione, che è il modo in cui vi guardate tu e lei, tu e la città: senza entusiasmo, ma senza neppure un addio”.

 

 

 

Libri, Vita quotidiana

La rassegna stampa di “Quello che non sono mi assomiglia”

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Cosa c’è da sapere su “Quello che non sono mi assomiglia”

Eccoci: giovedì 26 ottobre esce per Autori Riuniti “Quello che non sono mi assomiglia”. È un romanzo, dura 103 pagine, costa 13 euro e io ne sono l’autore. Non dico niente di straordinario se rivelo, fin da ora, di aver scelto una sola, forse scontata, dedica. Ci sono, tuttavia, molte altre persone che è mio dovere ringraziare e questo posto – questo momento – mi pare il più giusto per farlo. L’elenco vero sarebbe lunghissimo e forse troppo generoso: mi limiterò a citare le persone cui riconosco un ruolo che è stato – consapevolmente o meno – attivo nella produzione del libro. Inizio con dei grazie che, se il termine non suonasse freddo, definirei “tecnici”: Alessio, Andrea, Vito tutti insieme e Luca Glebb che ci ha fatto incontrare. In realtà siete stati e siete molto di più di semplici tecnici. Ci sono dei grazie “morali”: Nadia, Anna, Alice, Giada, Stefano (<3), Michele e Luca, anche tu autore riunito. Le vostre parole mi sono state di incoraggiamento. Poi vengono i grazie “creativi” cui sono proprio affezionato perché mi hanno aiutato a pianificare, immaginare, scrivere. Spesso è bastato uno sguardo tagliente, un nome o un piccolo aneddoto imbarazzante. Luis, Francesca, Roberto, Arianna, Giovanni, Adriano, Gianmaria, Adèle, Antonio, Andrea, ancora Giada, ancora Anna, ancora Alice. A voi sono un po’ debitore: dire questo non è retorico, ma ha a che fare con il motivo per cui sui social mi faccio chiamare “posticci”. È una mia invenzione che si ispira a un passo di “Invisible Monsters” di Chuck Palahniuk: Niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo di tutti quelli che ho conosciuto. Mi sento di dire, con questa chiave di lettura, che “Quello che non sono mi assomiglia” è un libro molto “posticci”. Arrivati qui, penso non sia fuori luogo nominare anche gli autori che mi hanno fatto compagnia durante la stesura e che più volentieri ho “saccheggiato”: Yasmina Reza, Han Kang, Elsa Morante, Richard Ford, Lily King, Emmanuel Carrère, Elena Stancanelli, Phil Klay. In ordine di importanza.

Ora le informazioni utili: “Quello che non sono mi assomiglia” ha una distribuzione nazionale. Basta andare in una libreria – magari indipendente – e se non c’è, ordinarlo: anzi, così facendo, darete una mano alla visibilità del libro. Chi vive a Torino ha il lusso del Book Postino: contattatelo, prenotatene una copia e fatevela arrivare gratis a casa. Poi ci sono gli store online: dal momento che sono ancora scioccato dalla lettura di “Schiavi di un Dio minore” di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, mi impongo di non linkare Amazon (mostro!). Propongo, invece, il sito di Feltrinelli. Oppure il sito di Autori Riuniti: tra qualche ora sarà aggiornato e potrete fare lì la vostra buona azione. Se avete un Kindle o un altro genere di e-reader potete optare per l’e-book. Ci sono inoltre le presentazioni: la prima è venerdì 27 ottobre alla Libreria Pantaleon a Torino, ci si vede lì. Altre ne verranno. Declinerò spiritosamente ogni spiritoso invito alla “copia regalo”: una scelta forse antipatica, ma che tiene conto delle professionalità per mesi impegnate nella produzione del libro.

Se vorrete parlare con me, c’è il mio account Facebook, ma anche Twitter e Instagram. Sui social saranno, tra l’altro, forniti tutti gli aggiornamenti sul libro e le presentazioni, condivisi gli apprezzamenti, accolti i dibattiti e bannati i giudizi negativi (scherzo). Il giallo, naturalmente, impererà: uomo avvisato. A chi non mi conosce personalmente consiglio l’e-mail: gian.giraudo@gmail.com.

Che dire ancora? Vedere in forma di libro un documento Word che per più di due anni è stato privato, ed è cresciuto piano piano, è molto emozionante. Liberatorio. Sono sinceramente grato a chi, con un po’ fiducia, ci sceglierà. Trovare un modo per concludere dignitosamente questo post è scomodo: ho come l’impressione di dare l’addio a qualcosa quando invece questo è, lo spero, l’inizio di qualcos’altro. Nel dirvi buona lettura, uso le parole che Giulia Blasi ha scritto per l’uscita del suo ultimo libro. Le sento vicine anche a me: “Come si finisce, un post così? Non lo so. Da oggi, questo libro non mi appartiene più: è iniziato il suo cammino nel mondo, i personaggi non sono più solo miei, sono condivisi con tutti, sono nell’immaginazione di chi vuole immaginarli, e ognuno li vedrà in modo diverso da come li vedo io. Abbiatene cura”.